Piramide di Kukulkan

Messico: da vedere a Chichén Itzá

Siamo stati a Chichén Itzá una mattina di metà gennaio.
Il cielo coperto, si apriva a tratti per lasciare filtrare un sole rovente.
Una spianata di terra ed erba, dove il sole picchia forte e un cielo nuvoloso ti sembra la cosa più bella del mondo.

Chichén Itzá è uno dei principali siti archeologici del Messico ed è stato eletto dall’Unesco, Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Piramide di Kukulkan a Chichen Itza

Maya? No, Toltechi!
A differenza di quanto si è portati a credere, i resti visibili a Chichén Itzá non sono di origine maya, bensì tolteca.
I toltechi sono arrivati qui dopo i Maya ed hanno edificato i loro palazzi ed edifici sopra a quelli precedenti.
Recenti scavi stanno, infatti, portando alla luce resti di una cittadina maya, ma il recupero è reso difficoltoso dalla presenza dei resti toltechi che rischierebbero di crollare.

La grande piramide di Kukulkan
Sicuramente la principale attrazione di Chichén Itzá.
Il primo impatto è bellissimo, perché dall’ingresso del parco, si attraversa un boschetto arrivando, all’improvviso, in questa radura dove, proprio difronte a te, si staglia questa piramide enorme…. fantastico!
La piramide, conosciuta anche come El Castillo, in realtà era un tempio dedicato al Dio Kukulkan, il serpente alato.

Piramide Kukulkan a Chichen Itza

Due volte l’anno, il Dio Kukulkan, scende sulla terra.
Sulla cima della piramide è visibile una casupola. Si tratta di una stanza di risonanza, elemento fondamentale di questa costruzione ed essenziale per gli scopi dei sacerdoti che risiedevano a Chichén Itzá.
Si racconta, infatti, che durante gli equinozi d’autunno e di primavera i sacerdoti aprivano le porte del parco anche al popolo che poteva, così, assistere alla discesa del Dio Kukulkan sulla terra.
Poco prima del tramonto, con tutto il popolo ad assistere, il gran sacerdote si metteva ai piedi della scalinata della grande piramide (le scalinate, ovviamente, sono una per lato, lui faceva in modo di trovarsi con il campo della pelota alle spalle) ed iniziava a battere le mani.
Il suo gesto serviva ad attirare l’attenzione del Dio Kukulkan, il serpente alato, e a chiamarlo tra la folla.
Per un gioco di risonanze (potete provare, l’effetto è veramente pazzesco!) dalla stanza di risonanza in cima alla piramide esce un rumore che sembra effettivamente il canto di un uccello.
Il popolo ovviamente ammutoliva e lo stupore e la riverenza aumentavano ancora più quando, per un effetto ottico che si viene a creare all’ora del tramonto solo durante gli equinozi, il sole dalla cima della piramide illumina uno dopo l’altro i lati degli scalini dando l’impressione che un serpente  stia lentamente scendendo dalla piramide (non per niente alla fine della scala è posta la testa di un serpente).
Noi, ovviamente, non abbiamo visto il serpente scendere, ma abbiamo sentito l’uccello cantare!

Il gioco della pelota: quando vincere significa morire
A Chichén Itzá è ancora visibile, ed è uno dei meglio conservati, il campo dove venivano disputate le partite del gioco della Pelota.
Veniva disputata una sola partita l’anno (si consideri che una partita poteva durare anche diversi giorni), durante la quale si sfidavano due squadre composte da 7 giocatori ognuna.
A vincere la partita era la squadra che per prima riusciva a far entrare la palla all’interno di un cerchio in cemento (ancora visibile) posto sul lato lungo del campo di gioco (uno per lato, uno per squadra), ad un’altezza di circa 7 mt.
La cosa, già di per sé difficile, era resa ancora più ardua dal fatto che i giocatori potevano colpire la palla solo con gomiti, ginocchia ed anche (per farla arrivare fino al cerchio, il capitano aveva diritto ad una mazza).
Il capitano, l’unico giocatore che poteva provare a far entrare la palla nel cerchio, qualora avesse vinto aveva l’onore di farsi decapitare dal capitano della squadra avversaria. Si, ho detto onore, perché in questo modo aveva accesso diretto al paradiso.
Diciamo che il loro modo di vedere il mondo e la salvezza divina era un po’ diverso da quello moderno.

Il gioco della Pelota a Chichen Itza
Qui si vede il cerchio dove doveva entrare la palla. Il muro è volutamente storto per creare un gioco di risonanze.
il gioco della pelota a Chichen Itza
Il campo del gioco della Pelota, con sullo sfondo il palchetto da dove assistevano alla partita politici, sacerdoti e sovrani

Chichen Itza è stata progettata dai predecessori degli odierni ingegneri del suono
Come abbiamo visto per la grande piramide, anche il Campo della Pelota ha i suoi trucchi acustici.
Alle estremità più corte del campo sono ancora visibili i resti di due palchi da dove assistevano alla partita, sacerdoti, funzionari politici e sovrani.
La particolarità, per certi versi ancora inspiegabile, è che se da una delle persone sedute su un palco parlava, grazie ad un gioco di risonanze ed effetti acustici particolari, la sua voce arrivava nitida fino all’altro palco, senza necessità di urlare (anche perché i due palchi distano circa 150mt l’uno dall’altro).
Anche adesso, se non c’è tanta gente ad affollare il campo è possibile fare una prova, basta mettersi esattamente sotto i palchi e parlare… l’effetto è stupefacente!

I sacrifici umani
Come molte altre civiltà, quelle dei maya e dei toltechi, credevano nei sacrifici rituali.
Uno, in particolare, era legato alla siccità.
Si credeva, infatti, che dietro a periodi di forte siccità che rischiavano di compromettere le coltivazioni, ci fosse una punizione del Dio Kukulkan.
Per cercare di sanare la sua ira, i sacerdoti, disponevano quindi un sacrificio umano.
Solitamente una ragazzina veniva vestita con un abito adorno di ogni ricchezza: pietre preziose, oro, gemme e veniva buttata all’interno del Cenote Sacro di Chichén Itzá.
Il peso considerevole del vestito ovviamente faceva affogare la ragazzina, che, come per il capitano del gioco della pelota, si conquistava il paradiso.
Si cercava, insomma, di fare felici un po’ tutti…. dipende dai punti di vista, ovviamente!
I cenote sono molto profondi e quando nel ‘900 hanno iniziato i dragaggi, sul fondo sono stati effettivamente ritrovati non solo gioielli, ma anche scheletri umani.

Come portarsi a casa dei tarli come souvenir
Ecco, questa è una chicca che non molti sanno.
Visitando Chichén Itzá ogni due metri ci si imbatte nel tavolino di qualche venditore di souvenir.
Le piccole statuine in legno, sono secondo me l’acquisto più allettante, ma bisogna fare attenzione,  perché da quanto ci diceva la nostra guida, sono pieni di tarli.
Il rischio è, quindi, che una volta tornati a casa in men che non si dica vi troviate i mobili di casa trasformati in groviera.
Io, per sicurezza, non ho preso nulla!

A Chichén Itzá, comunque, si potrebbe passare una giornata intera e se trovate una guida capace e preparata come la nostra è veramente una gita indimenticabile.

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Autore dell'articolo: thatsme

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